Lettera aperta: La libertà delle donne libera spazi anche agli uomini, in risposta all’articolo di Gino Dato del 27 settembre 2018 “Lei voleva i pantaloni e ora li ha”

Lettera aperta

La libertà delle donne libera spazi anche agli uomini, in risposta all’articolo di Gino Dato del 27 settembre 2018 “Lei voleva i pantaloni e ora li ha”

Leggendo attentamente (come siamo solite fare) la Gazzetta del Mezzogiorno del 27 settembre, il nostro sguardo si è soffermato sull’articolo a pag. 18“ Lei voleva i pantaloni e ora li ha”di Gino Dato (il link all’articolo di Dato si trova in fondo a questa pagina) e ci siamo interrogate sul senso che l’autore avesse voluto attribuirgli. Un articolo che commenta il 1° Rapporto Auditel-Censis “su convivenze, relazioni e stili di vita delle famiglie italiane”. Immediata la nostra reazione.

Alla faccia del Global Gender Gap Report del World Economic Forum, Dato insiste che l’occupazione (e il reddito) delle donne ha la tendenza pericolosa di sovrastare quella maschile.

Ci risiamo, pensiamo, il “lui” di turno che sa tutto su cosa vogliono le donne! Leggiamo l’articolo e ci troviamo un dipinto delle “conquiste” delle donne che, guarda caso, consistono nell’essersi attribuite “gli attributi” maschili, perché senza di questi non si può andare da nessuna parte. Vero Gino Dato?

Ma la loro conquista, ahimè, è effimera perché immeritata, avendo “rubato” l’innominabile e infallibile sesso. Oltretutto auto riconoscendosi, e questo sì che è grave, il permesso di usare i pantaloni, da sempre usati dai maschi all’unico scopo di proteggere le parti intime.

La punizione è sotto gli occhi perché, commenta Dato nell’analizzare i dati del Rapporto: “Come leggere queste tendenze? Rafforzano l’immagine e il potere decisionale femminili? Ne testimoniano un altro primato? Oppure cadenzano un ulteriore sfruttamento e asservimento?”. Qui mette un punto interrogativo, concedendosi il lusso di un dubbio, ma la bontà della retorica gli è subito d’aiuto, riuscendo, il tono da lui usato, a chiarire bene per quale risposta propende. Così l’angosciosa verità è prontamente contenuta dal ragionamento che, oltre ad illuminarci tutte, ribadisce il monito de il guardate bene cosa succede a rubare la roba d’altri.

A conclusione dell’articolo, infatti, commenta: “La donna rimane la vestale che indirizza i consumi e gli acquisti, ma a comandare è l’uomo e i figli (per “figli” giustamente usa solo la desinenza maschile, giacché appropriata intendendo solo la progenie di quel genere)”.

Ci sarebbe da ridere, ma la serietà con la quale l’editore della Progedit e collaboratore della Gazzetta commenta il Rapporto ci spingono a rispondere ad alcuni dei tanti punti che, sinceramente, sembrano scritti da qualcuno nato agli inizi del secolo scorso.

Per prima cosa vogliamo rassicurare Gino Dato: le donne non vogliono per se stesse gli attributi maschili. Semmai pensano di fare bene, affidandosi alla propria esperienza (non prendendo a prestito quella maschile e tantomeno il loro mitico sesso), svolgendo mestieri e professioni che prima erano prerogativa dei soli uomini. E’ una dura verità, capiamo, ma va detta e con essa anche il fatto che, stando ai dati di AlmaLaurea e a quelli del Miur, le studentesse si laureano in numero maggiore rispetto ai loro coetanei maschi, sono più appassionate negli studi e, sempre più, professioni prestigiose sono rivestite da donne.

Gino Dato, tuttavia, trova subito il modo per sminuire le famose “conquiste femminili” ed eccolo che ricorre al sano pensare: poverine però!Con tutto questo studiare devono pure occuparsi del lavoro di cura, di figlie e figli, di madri e padri, nipoti e pronipoti. La piega che prende il discorso di Dato è chiara “inutile illuderci perché tutto questo da farsi non è altro che nuovo asservimento e sfruttamento”.

Non lo sfiora il pensiero della condizione maschile che cambia, cambiando le donne. No, preferisce ricorrere al vecchio, collaudato e rassicurante sistema di lettura che mette l’accento sul “ve la siete cercata”, sinistro pensiero di un paradigma sempre efficace riferito alle donne.

Né gli sfiora il dubbio sulla bontà dei cambiamenti avvenuti nel mondo del lavoro, cambiamenti determinati dalla presenza delle donne che hanno provato, e provano sempre, a restituire il famoso Primum vivere. Non gli viene in soccorso la riflessione che la libertà delle donne liberi spazi anche agli uomini, basta guardare ai cambiamenti dei giovani padri.

Esse sono per Dato “…funambole della cura, il cui salario reale appare incommensurabile” (forse intendeva dire salario ipotetico calcolato sommando il salario da lavoro fuori casa con quello svolto a casa) e continua imperterrito: “…appaiono schiacciate e mortificate da doveri di assistenza non diversamente surrogabili o demandabili ad altri”.

Le sue idee sui ruoli sono così chiare e inconfutabili che non ha dubbio alcuno su chi è demandataper natura a svolgere lavori “non diversamente demandabili”. Non gli sfiora minimamente l’idea di una condivisione del lavoro di accudimento o delle faccende domestiche o di altro che ha a che fare con l’apprendere dalle donne, dal loro saper pensare, fare e organizzarsi. Sarebbe troppo! Pertanto, magistralmente, quelle stesse competenze e quello stesso sapere femminili, per Dato, si prestano ad un’unica lettura, diventano un giogo da cui le donne non possono liberarsi, ammesso che lo vogliano.

Per seconda cosa, vogliamo tranquillizzare Gino Dato col dire che le donne non intendono sostituirsi agli uomini, semplicemente desiderano la libertà di scegliere cosa, quando e dove lavorare, riconoscendo la stessa libertà agli uomini, cosa che, al contrario, le sue parole non riescono a dire.

Forse occorre chiedersi perchétante donne sono capofamiglia, allargando la veduta e utilizzando una finestra di possibilità maggiore rispetto al semplice ritrovarsi allegramente a far parte di un gruppo di matriarche.

Probabilmente il numero maggiore di “donne capofamiglia” va ricercato nell’aumento delle separazioni per motivi di abuso o violenza (in tutte le sue forme, non solo essere pestata a morte). Forse bisogna prendere in considerazione i numeri delle violenze domestiche, tanto per fare un esempio chiaro.

Altro che sostituirsi al lavoro maschile, come è avvenuto nelle due guerre mondiali, così opportunamente richiamate da Dato per corroborare il suo ragionamento sul ruolo perennemente vicariodelle donne. Il verbo “sostituire” è ricalcato da Dato per stabilire, una volta per tutte, quale genere ha il privilegio e il primato del lavoro fuori casa.

Eppure, ci dispiace per Dato, è utile ricordargli che le donne sono liberee non dipendono dalle decisioni degli uomini, né tantomeno hanno bisogno del loro permesso o del loro “riconoscimento”. Libere di scegliere quale lavoro fare e cosa fare, così come per gli uomini, né più né meno.

Semmai c’è un ripensamento del lavoro, una ricerca femminista, che Ina Pretorius ha così ben descritto quando propone di ridefinire il lavoro e l’economia, abbandonando lo schema rigido della partizione dei ruoli di matrice patriarcale: privato da una parte e sfera del lavoro dall’altra, natura e cultura, matrimonio e patrimonio, economia domestica e quella del mercato.

Il lavoro riproduttivo delle donne non è “altro” o privato o separato rispetto al lavoro produttivo così come quest’ultimo non è l’unico modo di pensare al lavoro, caro Dato.

Chiudiamo con il suggerirgli di leggere Wislawa Szymborska e, in particolare, “La moglie di Lot” e di riflette su questa frase: “Guardai indietro, dicono, per curiosità, ma potevo avere, curiosità a parte, altri motivi” (Fonte: Via dogana, Libreria delle donne di Milano).

Per cortese pubblicazione

Associazione di volontariato Donne in rete, Foggia

Mail: retedelledonnefoggia@gmail.com

Sito: www.donneinretefg.it

articolo Gino Dato