25 novembre 2019

La storia dei femminismi e la storia delle donne nella scuola italiana non esiste. Non c’è nei libri di storia, nelle antologie, nella filosofia. Questa assenza costruisce di fatto una cultura in cui siamo abituate e abituati all’assenza delle donne. I movimenti specifici che si sono occupati di queste tematiche non sono stati protagonisti nella storia. Penso ad esempio alla rivoluzione francese in cui le donne non sono nominate né come protagoniste tanto meno ai margini.

In virtù di questa mancanza, si pensa che i problemi di genere siano basati su una certa simmetria. Il problema di tale concetto è che non tiene conto di uno stato di fatto nella nostra società: la situazione tra i generi non è quella di una parità ma quella di una gerarchia verticale, quindi prioritario l’ordine simbolico maschile che permea ogni strato del vivere quotidiano. C’è qualcuno che opprime e qualcuno che viene oppresso. I femminismi lo sanno e si occupano di questo da anni, ma nessuno ce lo racconta.

Quando ci troviamo di fronte a uomini che contestano questo tipo di sistema, questo modo di vedere le cose, è molto difficile non tanto rispondere nel merito, quanto far capire che le cose su cui dobbiamo lavorare è creare le condizioni affinchè si imposti un discorso più centrato. E’ facile rispondere condividendo dati, statistiche e altro ancora, ma solitamente non è una risposta che funziona e molto spesso non porta al dialogo. Dobbiamo riuscire a crearlo questo dialogo con il genere maschile, anche in virtù del fatto che molti di loro hanno creato degli spazi di riflessione e di confronto e quindi di discussione del loro ruolo maschile, in una società improntata sul machismo, interrogandosi proprio sul sistema che pone anche loro in una posizione di difficoltà, dovendo agire per essere “maschi” e non “uomini”.

Siamo in un paese i cui molti giornalisti ma anche alcune giornaliste non adottano un linguaggio e quindi le parole giuste, nei casi di femminicidi. Quando scrivono o parlano di questo, argomentano del reo come un ragazzo/uomo onesto, bravo lavoratore, ottimo vicino di casa. Ha ucciso la moglie (o partner o sorella o figlia) per un attacco di rabbia, di raptus o in preda ad una “tempesta emotiva”. Definendo quindi il femminicida come un “mostro”, dicendo che faceva troppo caldo, era troppo geloso, era depresso ecc, non si fa altro che relegare il femminicidio solo e soltanto come un problema del singolo soggetto. Se il racconto è questo come fanno le persone a percepire che invece è “solo” la punta dell’iceberg? Non è una mera questione di numeri, quanto il fatto che si è di fronte ad un problema sociale: ne basterebbe anche solo uno, invece continuiamo ogni anno ad elencare numeri sempre tra l’altro in aumento. Per non parlare di stalking, violenza psicologia, economica e la più triste di tutte, la violenza assisitita.

Diventa quasi rassicurante, per il genere maschile, quando un uomo uccide una donna perché “matto”, facendo scattare quel meccanismo di auto-difesa che spinge molti altri uomini a dire. “io non farei mai una cosa del genere”. Sappiamo invece che non è così perché la società è la stessa per tutte e tutti.

Se non è il raptus, allora cos’è che porta un uomo ad uccidere una donna? Quali sono le basi? Quali sono tutte le condizioni per cui un uomo deve sottostare a certi meccanismi sennò non è un “vero uomo” e che sicuramente lo porteranno alla violenza.

La violenza nasce e si alimenta nel contesto culturale dove agisce. Non esiste un uomo esente da tale probabilità, ma sicuramente ci sono uomini che hanno consapevolezza e questo diventa fondamentale per cambiare il sistema di potere.

Ed ecco la parola chiave. “Potere”.

La cosa che non viene essenzialmente valutata e quindi discussa, è il potere che passa di relazione in relazione.

Capire che si passa crescendo in una serie di relazioni di poteri e muovere le critiche necessarie quando sono oppressive ed opprimenti. Il problema reale è che la cultura si rifiuta di fare questo, perché vuol dire mettere in discussione il sistema di potere che è appunto patriarcale e di conseguenza sgretolare tutto ciò.

E’ una questione di potere, non di genetica.

Auguri a tutte noi e continuiamo a lottare per un cambiamento reale.

Articolo di Palma Gasperi, 28 novembre 2019